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Published on febbraio 20th, 2016 | by Antonio Tortolano

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Canzoni in ritardo: Megamusic intervista i My Escort

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Oggi su Megamusic vi proponiamo l’intervista ai My Escort. Nati nella primavera del 2010 dalle ceneri dei Dardo Moratto, la band ha attraversato gli ultimi anni tra prove, arrangiamenti e cambi di formazione. Il loro primo album si intitola “Canzoni in ritardo”. La produzione artistica è stata seguita da Matteo Franzan (Lost, SuperWanted, Dardo Moratto, Take away). Il disco ruota costantemente attorno al noto concetto del “vorrei ma non posso”, generato da una conflittualità interna con cui i My Escort non sono ancora scesi a patti. L’equilibrio è il singolo che lancia Canzoni in ritardo. Un brano che mette in scena il conflitto tra ciò che il sistema ci porta ad essere e ciò che invece si vorrebbe intimamente, lontani da influenze e costrizioni esterne…

Canzoni in ritardo, come nasce questo lavoro discografico e siete soddisfatti del riscontro che state avendo?

Alessio: Canzoni in ritardo è una raccolta di canzoni scritte tra il 1998 e il 2013, accomunate dallo stesso tema: la superficialità con cui certe relazioni vengono trattate dandole per scontate e l’accorgersi della loro importanza solo dopo il loro termine.
Il processo legato alla creazione del disco ha visto porre i primi mattoni nel 2008 quando stavo progettando di realizzare un secondo album con la mia precedente band, i Dardo Moratto. Allora non avevo ancora in mente delle linee guida, semplicemente si lavorava a dei pezzi nuovi in seguito all’allora nostro primo album “Primavera a gennaio”.
Dal 2008 ad oggi ho avuto modo di entrare in contatto con tre produttori, veder sciogliere i Dardo Moratto e cambiare 2 volte formazione prima di poter concludere il lavoro.
Era un disco che “doveva” uscire, anche per dare un senso a tutte le ore spese in sala prove, alle parole dette, ai progetti e ai sogni che ci stavano dietro. E’ stato un disco fortemente voluto, questo è poco ma sicuro.

Rispetto alla seconda parte della domanda non saprei come rispondere. Nel senso che non mi aspetto quasi mai nulla da un mio prodotto artistico. Se suonassi per un fine diverso dal piacere di esprimere quello che penso magari sarei molto più “strategico” nello scrivere e magari potrei quindi crearmi delle aspettative.
Posso dire che ho ricevuto diversi attestati di stima, qualche buona recensione, molta gente ha espresso pareri positivi, abbiamo avuto anche una diffusione radiofonica nel circuito indipendente piuttosto alta arrivando per qualche settimana in cima alle classifiche e questa è una cosa positiva. Al di là di questo, per ora non è cambiata una virgola nella nostra esistenza, nel modo di far musica e nella fatica di trovare locali interessati a diffondere la musica originale.

Come mai la scelta de “L’equilibrio” come singolo di lancio?

C’è un motivo sia di gusto estetico che di tema trattato.
Musicalmente ci sembrava un brano potente, ma al contempo non così caratterizzato come altri al punto da far etichettare erroneamente la band.
E poi L’equilibrio si distacca dal resto dei brani dell’album per un motivo ben preciso: mentre le altre 9 tracce trattano di relazioni ormai terminate, l’equilibrio è la fotografia del momento che precede una scelta che potrebbe portare o meno a chiudere la partita più importante, quella con noi stessi. Tematicamente è la summa del resto del disco, porta con sè il peso delle scelte passate (“vedo attraverso le cose che ho perso”) e le proietta un istante prima che la scelta venga presa.
Ci piaceva molto l’idea di partire da un “finale aperto” per poi risalire a ritroso in vari flashback a quello che ha portato a generare l’antologia di epitaffi che compone Canzoni in ritardo.

Il vorrei ma non posso” che ruoto attorno al vostro album come può essere superato?

Nel frattempo, mentre le settimane dalla pubblicazione lasciavano spazio al trascorrere delle stagioni mi sono accorto che più che “non posso” si trattava di “vorrei ma non voglio”.
Siamo “noi” che in genere poniamo dei paletti su degli immaginari terreni mentali. Il conforto che le abitudini ci trasmettono a volte vince sulla sensazione che oltre l’orizzonte, oltre le fatiche, oltre i potenziali rischi e di fondo oltre le nostre paure ci possa essere la serenità, la felicità, quella “vera”, durevole. E sarà di certo questo il tema del prossimo album: il conforto delle cattive abitudini.
Per rispondere quindi alla tua domanda ora ti direi che dovremmo provare ad interrompere qul dialogo interno che tende a creare paletti e limiti che spesso, nella realtà non esistono.

Quanto è stato importante per voi il supporto di Matteo Franzan?

Matteo è stato ESSENZIALE. Non solo importante. E’ stata la persona giusta, quella che sapevo avrebbe tradotto nel modo migliore le mie aspettative. Lo conoscevo da diversi anni; con lui co-produssi il mio primo disco di sempre nel 2007 (Primavera a gennaio). Conoscevo il suo “colore”, la sua attitudine trasformativa, la sua capacità di maneggiare il pop, il suo essere un grande regista, personale e duro quanto bastava per una band ancora immatura e dispersiva come eravamo nel 2012.
Matteo è estremamente differente da me, ma dotato di grande gusto. Le sue diversità le ho sempre viste come ricchezza. Certi brani sono stati completamente stravolti dopo il suo apporto. Mi viene in mente UN SEMPLICE ADDIO: siamo arrivati in studio con un brano di chiara matrice rock, up-tempo, e ne è uscita una ballata struggente.
E’ capace di destrutturare una creazione a cui sei affezionato senza farti rimpiangere ciò che lasci a favore di quello che trovi.
Non è una cosa banale, soprattutto quando hai a che fare con dei musicisti dotati di una personalità forte. Sa dirigere i lavori facendoti sentire a tuo agio, guidandoti su scelte apparentemente complesse, riuscendo a farle sentire giuste e “tue” anche se proposte da lui.
Se il disco suona come lo senti oggi, mi sento di dire che lo devo a lui almeno nella misura in cui io ho scritto i brani.
E in fondo questo è sinonimo di grande mestiere e intelligenza, oltre che di senso della canzone. Un grande professionista.


Quali sono state le vostre influenze artistiche e qual è un disco che non potrebbe mai mancare nella vostra collezione?

Alessio: allora… Personalmente ascolto tantissima musica fin da quando sono bambino e ho inoltre lavorato in radio per diversi anni. Ciò mi ha permesso di entrare in contatto con un sacco di artisti completamente differenti. Nuoto nella musica tutti i giorni, da quando mi sveglio a quando dormo, da quando guido a quanto fischietto per la strada. Non mi sento di dire di essere influenzato da qualcosa in particolare. Ascolto tanto il rock progressive magniloquente degli anni ’70 quanto la musica elettronica dei Phantogram per arrivare a piangere ai concerti dei Kings of Convenience o di sognare di scrivere un brano per la Vanoni. La prima cosa che mi viene in mente adesso è Portrait in Jazz di Bill Evans, ma se me lo chiedessi domattina ti potrei dire che senza The Cult della band omonima il mondo non sarebbe lo stesso per me.

Luca: sicuramente non può mancare Nevermind dei Nirvana, grazie al quale iniziai a suonare il basso assieme ad un gruppo locale imparandomi i riff di “come as you are”, “in bloom” o “lithium”.
Certamente il grunge anni ’90 quindi, il mio esordio da bassista, i Pearl Jam, gli Alice in Chains, i Soundgarden.
Altro album fondamentale è Californication dei Red Hot Chili Peppers. All’epoca mi piaceva parecchio.
Attualmente tendo al pop. Penso a Parachutes dei Coldplay, l’inizio di una nuova era per questo genere. E poi un altro pilastro: Invisible band dei Travis.
Poi Absolution dei Muse. Mi piacciono anche i Blur e i Kings of Leon che ultimamente ascolto spesso.

Daniele: nella mia collezione non può mancare il “Black Album” dei Metallica perché è ascoltandolo che ho deciso di iniziare a suonare la chitarra, scelta che ha influenzato profondamente tutto ciò che ne è seguito.
Le mie influenze nascono quindi dall’heavy metal, tanto quello più “classico” degli Iron Maiden quanto a sonorità più power/epic tipiche dei Sonata Arctica o dei Rhapsody (oggi Rhapsody of Fire).
Le più importanti evoluzioni nel mio approccio chitarristico sono arrivate quando la curiosità verso generi differenti dal metal mi ha spinto verso la musica di chitarristi come Joe Satriani e Neil Zara, Tommy Emmanuel, Rodrigo y Gabriela, Alex Britti.
La bellezza del virtuosismo è stata poi affiancata al piacere verso il “risultato d’insieme” che mi ha regalato l’ascolto di dischi di artisti come i Kodaline, “Songs of innocence” degli U2 o ancora più recentemente lo stile minimal chic dei Kings of Convenience: la magia di poche note. Quelle giuste.

Come mai il passaggio dai Dardo Moratto ai My Escort e come mai la scelta di questo nome per la band?

Stavamo lavorando al secondo disco della band con Luca Pernici (Ligabue, il Nucleo). A metà della produzione del disco ci fece un brutto tiro spingendoci ad interrompere la collaborazione.
A quel punto, l’esperienza estremamente deludente, sia dal punto di vista artistico che umano fiaccò la band al punto da evidenziare tutti i lati negativi del progetto: differenze caratteriali, visioni differenti, così come ambizioni piuttosto lontane. Ciò portò all’allontanamento inizialmente di un ottimo elemento, Paul (il chitarrista). Tentammo inutilmente di trovare un sostituto adeguato.
Alla lunga la cosa logorò il morale già basso della truppa e quando si presentò l’ipotesi di imbarcarci in una nuova produzione, le spese da affrontare scoraggiarono definitivamente tutti tranne me che decisi dunque di ripartire cercando inizialmente l’appoggio di un vecchio amico: Luca Agerde, l’attuale bassista dei My Escort.
La scelta del nome della band è venuta di conseguenza. Ero talmente stanco di dover continuamente scendere a patti con questo o quel musicista da decidere assieme a Luca di assumerci completamente l’onere della produzione del disco avendo però di contro l’ultima parola su tutto.
Questo portò da un lato a dei sacrifici maggiori, ma dall’altro ad una notevole velocizzazione dei processi sia creativi che di realizzazione.
Spesso, un atteggiamento completamente democratico rischia di rallentare e a volte fermare del tutto la produzione creativa, soprattutto quando non tutti i partecipanti ad un medesimo progetto hanno una reale lucidità di visioni ed intenti. Stare al proprio posto, riconoscere una leadership o dell’autorevolezza è una cosa difficile quando si parla di band, di musicisti con personalità forti. L’opacità di certe prese di posizione (che spesso nascondono caratteri ipertrofici) tendono a rovinare moltissimi bei progetti ed è per questo che molte bands si sciolgono.
My Escort quindi inizialmente significava un progetto sul quale avere il totale controllo per non perdere più tempo, per arrivare a meta sicura.

 Qual è il vostro rapporto con il pubblico?

Bisognerebbe prima capire chi è il “nostro” pubblico. Amo pensare che il nostro pubblico sia quello di certi piccoli ed intimi club.
In genere abbiamo molto rispetto verso chi ci ascolta, proviamo tantissimo, vogliamo proporre sempre e solo al meglio la nostra musica. Siamo sempre più maniacali negli arrangiamenti così come nei testi.
Io amo dialogare con chi ci ascolta, raccontare cosa c’è dietro le cose che scrivo. Ci tengo a far capire che non si tratta di testi messi lì per riempire dei vuoti, anche perché i vuoti hanno per noi la stessa importanza dei pieni.
Se suoniamo live è perché vogliamo trasmettere dei concetti, delle emozioni. Non possiamo fare a meno di reputare importanti le persone che vengono ad ascoltarci.

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 Di Sanremo e dei talent cosa ne pensate?

Di Sanremo penso che sia una vetrina importante, è una grande spinta pubblicitaria poter essere visti da milioni di persone e onestamente mi chiedo come sia possibile portare alla nota kermesse canzoni generalmente brutte o inutili, cosa che si ripete ogni anno. Con una simile orchestra e una simile esposizione, credo che gli autori nostrani dovrebbero sforzarsi maggiormente in fase di scrittura, così come i direttori artistici in fase di scelta.
Comunque lo guardo tutti gli anni e ogni tanto qualcosa di buono salta fuori.

I talent… Posso dire che a volte sento delle voci bellissime, che mi emozionano davvero. Sono parte del mondo dello spettacolo, ci stanno. Se da anni imperversano significa che esiste un pubblico che li apprezza.
Sai, mi sento spesso rivolgere questa domanda, ma la verità è che dei talent non penso praticamente nulla e se mi attraversano la mente, normalmente è per poco tempo. In genere non li seguo, magari mi capita di assistere a delle puntate “in chiaro” di X-Factor e finisce che mi ci appassiono grazie ad una band o ad una voce in particolare, poi lo tolgono da Cielo e già due o tre giorni dopo mi sono dimenticato della questione.

Penso si tratti principalmente di business. E’ un format pensato per vendere dei dischi con una scadenza. Dopo un anno si riparte con nuovi amori e nuovi dischi da acquistare. Mercato. Onore al merito di chi li ha creati ed è riuscito a riempirsi le tasche.

Voglio dire che non credo vi sia nulla di particolarmente artistico o nobile in un talent, ma al mondo esiste un sacco di roba poco artistica o nobile connessa con la musica e ciò nonostante esiste comunque. Così su due piedi penso alle tribute bands. Non mi fa né caldo né freddo pensare a tutte le discussioni che ho sentito sull’argomento. Semplicemente non demonizzo nessuno. Ognuno è libero di fare quel che gli pare, anche cambiare canale o evitare di entrare in un locale.

Diverso sarebbe se avessi posto la domanda spostando la lancetta su presunti meriti di questo o di quello. Fortunatamente non l’hai fatto.

 Sull’attuale momento dell’industria discografica, qual è il vostro pensiero?

Penso che l’industria discografica sia agonizzante. Vuoi perché c’è meno gente davvero interessata alla musica e all’arte, vuoi perché grazie alla possibilità di fruire gratuitamente della musica, implicitamente le si è tolto valore.
Costa soldi produrre musica come qualsiasi cosa che da un’idea diventi realtà.
Costa soldi produrre vino. Se domani mattina il vino diventasse gratuito o se la gente potesse rubarlo senza nessun problema e senza essere visti (penso ad esempio alla banalità di un paragone con un convertitore mp3 per youtube), le cantine smetterebbero lentamente di produrlo o cercherebbero di adeguarsi al problema con grosse difficoltà… Non so, ad esempio proponendone meno ed in vendita direttamente all’interno della propria cantina senza affidarsi alla distribuzione..
Ma tanto ci sarebbe qualcun altro che invece lo venderebbe sempre nel solito modo e la gente “per bene”, di sani principi, quelli che ci tengono alla dignità del lavoro, quelli che andrebbero a prenderselo in cantina sarebbero sempre meno rispetto a quelli dispostissimi a berselo gratis o a rubarlo.. Sentiremmo un sacco di cazzate, un sacco di problemi “eeeeh, se costasse meno…” “eeeeh ma non me lo posso permettere”.. Ma di fatto quelli sarebbero la frangia di consumatori che contribuirebbe all’estinzione del vino.

Mi spiego meglio. Un abito di Missoni o di Armani piace ad un sacco di gente, ma c’è molta meno gente che se lo può permettere e non è che per questo assaltino i negozi, spaccano le vetrine di notte e se li prendono. Semplicemente passano di fronte al negozio, guardano il vestito, guardano il prezzo, sospirano e passano oltre. Al massimo faranno del sarcasmo o invidieranno segretamente chi se lo potrà permettere.
Sicché a Missoni o ad Armani non frega assolutamente nulla se il loro abito verrà venduto a 10 persone anziché a 200000. Anzi. E’ proprio quello che vogliono. Creano abiti unici, diventano dei miti inarrivabili per i più, gli appioppano il prezzo che ritengono corretto per i propri affari e fanno brillare gli occhi delle persone fino alla fine dei tempi riempiendosi le proprie tasche e nessuno li disprezza per questo, con buona pace di quelli che predicano che l’apparenza non è una cosa importante.

Con la musica funziona in modo diametralmente opposto. Oggi è gratis, a disposizione. Youtube, Spotify e compagnia bella son lì come dei bei negozi con le porte aperte e senza nessun commesso dentro.
La cosa ridicola e grottesca è che produrre musica ad un certo livello costa e cosa ancora più ridicola è che gli stessi musicisti tendono a regalarla. Download gratuiti, cd omaggio.
Sono convinti che l’essenziale sia veicolarla ad ogni costo, che ciò porterà alla lunga gente ai concerti o cazzate simili.
Già. Peccato che la maggior parte dei musicisti faccia la medesima cosa ingolfando uno spazio già carente di ossigeno, in un mondo in cui la gente è sempre meno interessata alla musica, anche perché ne possono disporre bulimicamente riempiendosi senza filtri (se non quelli del proprio gusto) i propri lettori e gli hard disks, dimenticandosi facilmente di cosa c’è dentro in una malata spirale tesa all’accumulo.
E ricordo che produrre musica costa.
I concerti poi. L’Italia è un vero disastro in questo senso. Migliaia di band pagate male o non pagate affatto (panini, birre, menù dei musicisti…) in locali inadeguati.
E anche qui gli artisti non brillano certo per sagacia. I locali non li pagano? Ok dai, nessun problema. Suonano a meno o gratuitamente. L’importante è veicolare il loro verbo, prima o poi arriveranno i frutti, qualcuno si accorgerà di loro. Poveracci…
E’ come se Armani si trovasse a regalare i suoi vestiti da migliaia di euro, perché per un periodo non riesce a venderli, confezionati con ore di lavoro e filati pregiati nella speranza che qualcuno prima o poi se ne accorga e torni a riacquistarli!
La gente se ne fotterebbe bellamente ovviamente, li prenderebbe finché può e poi spererebbe in qualcos’altro. E’ nella loro natura. Pensa alle inaugurazioni. Buffet gratuiti e la gente come un branco di lupi riempie il locale tal dei tali come se fosse affamata da settimane di inedia. E poi piano piano… puff… si chiude, il locale è un casino e… speriamo che l’attività tra tre anni sia ancora in piedi.

La musica deve tornare ad avere un valore economico oltre che artistico, deve essere a pagamento. Solo così l’industria relativa potrà chiamarsi davvero così. Perché non c’è l’albero delle sessioni di registrazione, dei microfoni da migliaia di euro o il giardino della corrente elettrica per far funzionare uno studio.

Ci saranno meno acquisti? E quindi meno prodotti? Meglio. Ma sarà un mercato sano, regolato da naturale domanda e offerta.

Se produrre un prodotto di qualità mi costa 10000 € e nessuno me lo compra, a meno che io non sia un romantico riccone che non sa dove buttare i soldi, non posso continuare a produrlo.
Se diminuisco la qualità (trattandosi pur sempre di arte), sarò davvero soddisfatto? E se comunque non riuscissi a vendere perché tanto ci sarà sempre e comunque qualcuno che lo farà a meno o gratuitamente?
Meglio cambiare mestiere… Aaaah, ma la musica è arte, giusto. Beh l’arte per essere veicolata deve essere prodotta e produrla costa. Se no meglio fare arte a casa propria.

Fino a quando saranno i musicisti stessi a non capirlo, la crisi nel settore rimarrà imperante.

Ci vorrebbe qualche corso base di economia e marketing in più e qualche birra in meno, mettiamola così.

I progetti futuri dei My Escort?

Stiamo per iniziare a lavorare ad un secondo video, di modo da continuare a promozionare Canzoni in ritardo con un secondo singolo (presumibilmente Privé) dopo che il chiasso provocato dalla kermesse sanremese inizierà a scemare.
Nel frattempo scriviamo pezzi nuovi e ci stiamo mettendo nell’ordine delle idee di procedere verso un secondo disco, magari nel 2017/2018.
In primavera ci potrebbe essere un piccolo tour unplugged in una decina di radio universitarie grazie alle loro web radio, alla moda delle college radios americane.

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About the Author

Nato a Cassino, ai piedi della celebre abbazia, sono cresciuto con la passione per lo sport e per il giornalismo. Roma prima e Milano poi mi hanno accolto per farmi compiere il salto di qualità. Lavorare in tv e per la carta stampata non mi bastava più e allora dal pallino per la rete ecco nascere lospaccatv e megamusic, due webzine che mi hanno aperto anche al mondo del social media marketing…



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